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04 Luglio 2009

I Sentieri delle Stelle: viaggi “ON THE ROAD” fra scenari insoliti

"I sentieri delle stelle"
(Copyright di Anna Maria Piscitelli e Marco Carobbi)

Questa sezione vuole essere un viaggio a tappe, alla scoperta di itinerari insoliti e misteriosi, costellati da emblematici simboli sparsi sulle antiche vie di comunicazione della nostra Italia, adottando come punto di partenza il regno della Sibilla appenninica, magico crocevia di idee, scienze e cultura.
Scopriremo il legame tra le antiche tradizioni sapienziali ed i top manager della nostra epoca, strateghi del marketing e della comunicazione.

I Sentieri delle Stelle: viaggi “ON THE ROAD” fra scenari insoliti e antiche vie di comunicazione
articoli di Anna Maria Piscitelli per MyMarketing.net

1. 24-04-08
Tutti pronti? Si parte… dalle terre della Sibilla.
Il marketing turistico tende a proporre itinerari sempre più esotici per ampliare gli orizzonti del “déjà vu”, e c’è persino chi prospetta di varcare i confini terrestri verso avveniristiche mete interplanetarie. Rari e privilegiati escursionisti dello spazio siderale, investendo milioni di dollari, hanno già vissuto una rischiosa quanto effimera emozione nel “macrocosmo” a bordo di uno shuttle! Ma per chi si accontentasse di un “microcosmo” stellato, da toccare con mano per carpirne i misteri più ascosi, si offre a buon mercato l’altrettanto insolito viaggio “on the road” per i “Sentieri delle Stelle”… un’alternativa “guidata”, lasciandosi trasportare da una virtuale Macchina del Tempo che, ingranando la marcia in dietro, catapulta in un mitico passato, e inserendo la sesta marcia, proietta ancor oltre le fantascientifiche avventure di “Star Trek”. Un viaggio a tappe attraverso un percorso costellato da emblematici simboli sparsi sulle antiche vie di comunicazione, con altrettante soste nell’incanto di un “presente” fatto di spazi tridimensionali di conoscenza, d’indelebili segni d’appartenenza a un’umanità, di genere e di specie, la cui storia nelle storie, va a tratteggiare una sottile linea di demarcazione fra la nostra vita e altre forme “aliene”. L’appuntamento, dunque, per chi vorrà salire sul nostro veicolo virtuale, ed eco-compatibile, è nel cuore d’Italia, in quel territorio geograficamente ubicato a confine tra l’Umbria e le Marche e tradizionalmente considerato una delle porte d’accesso a dimensioni “altre”; quel regno posto, da tempi immemorabili, sotto la giurisdizione di un’unica regina, la mitica Sibilla Appenninica, Matriarca e Leader della community dei Monti Sibillini. Oggi, protetta nella sua integrità paesaggistica dal perimetro di un Parco Nazionale, questa area ha un know-out culturale ancora poco espresso, pressoché sconosciuto ai tour operator, e solo parzialmente valorizzato nei circuiti del turismo ambientalista. Scelto non a caso come punto di raccolta e di partenza per la nostra esplorazione fra le stelle e come hangar della nostra “Enterprise”, questo crocevia dell’antica viabilità, questo centrale snodo di una fitta rete di scambi e commerci, questa enclave “sibillina” di nome e di fatto, si rivelerà, inaspettatamente, come una specie di Pinacoteca della Comunicazione, come un data base secolare di traffici e informazioni, come prototipo di una stratificazione culturale archeologia ma incredibilmente attuale, da cui ogni “Strategic Planner” potrà attingere spunti ed elementi riciclabili nel marketing on the job, ed investibili nel “communication plan” più all’avanguardia.
Sicuramente l’apparire inaspettato dell’architettura raffinata di piccoli borghi e agglomerati deserti, quasi fantasmi di pietra occhieggianti fra la macchia pedemontana, non potrà sfuggire neanche al viaggiatore più distratto dalla cornice naturale, così marcata e selvaggia, che fa da sfondo a questi luoghi fatati. E così, addentrandosi fra i vicoli invasi dai rovi, il velo della storia inizierà a lacerarsi, consentendo la messa a fuoco di una fioritura di stelle scolpite su portali e architravi sfocati dal tempo che, come lembi d’azzurrognolo cielo, paiono quasi ingoiarle, per restituirle solo quando l’occhio si fa più insistente e attento. In queste terre la gente amava vivere e produrre al ritmo scandito dai cicli agricoli, mentre pellegrini e cavalieri erranti, provenienti da tutt’Europa, accolti da un’ospitalità sobria e cortese, si soffermavano per rifocillarsi, curarsi e apprendere l’antica arte dell’Alchimia e della distillazione quintessenziale di fiori, erbe e sostanze medicamentose.
Ed è proprio per indicare la presenza di laboratori alchemici, di ospitali, di scuole e accademie in cui si apprendevano le scienze della natura, l’astronomia, la filosofia, le arti e i mestieri, e in cui circolava ogni cultura funzionale alla ricchezza e al benessere collettivo, che questa abbondanza di simboli fioriti e stellati, antesignana delle odierne insegne luminose e dei poster pubblicitari, esplodeva sulle pietre degli edifici, catalizzando lo sguardo del viandante con uno specifico brand, atto a individuare e promuovere questi siti di comunicazione, d’accoglienza e di civiltà. D'altronde il business d’intere “corporazioni” di maestri scalpellini concentratosi in queste aree, come gli annali della storia tramandano, non potrebbe parimenti giustificare un’opera di decoro così insistente, monotematica, persistente e così avara di variazioni sul tema, se non fosse stato attribuito a questi simboli un preciso significato certamente condiviso e coralmente accettato da tutta la comunità. Infatti, questi simboli stellari costituirono il brand “brevettato” di una “Tradizione Sapienziale” che trovò nei Cavalieri Templari i top-manager, gli abili e creativi “Strategic Planner”, della comunicazione e del marketing imprenditoriale del tempo. Ma lo scopriremo meglio nel nostro prossimo excursus sui “Sentieri delle Stelle”, unitamente a mille altre curiosità, emergenze e… golosità, e man mano sollevando, ad uno ad uno, tutti i misteriosi veli dell’Odalisca dei Sibillini… parola di Sibilla!

2.26-05-08
Sulla scia stellata dei Templari… verso il marketing dell’ORO alchemico
Come procedere sui Sentieri delle Stelle senza prima ingranare la marcia indietro della nostra ‘Macchina del Tempo’ per intervistare i Cavalieri Templari che di questa intricata ed emblematica rete viaria furono ingegneri, custodi e liberi battitori? Partiamo dunque dall’hangar dei Monti Sibillini ove il nostro veicolo virtuale ha sostato per rifornirsi di quello speciale carburante, raffinatissimo e a buon mercato, che senza produrre polveri tossiche e sostanze inquinanti offre il massimo della resa anche a velocità supersoniche. Per incanto catapultati nell’Evo Medio, percorriamo quella via Francisca, alternativa della più nota Francigena, che serpeggiando lungo tutta la dorsale appenninica fa da cintura alle terre della Sibilla, per poi sfrangiarsi a raggiera in vari diverticoli, ripercorrendo in alcuni tratti le grandi vie Consolari. È verso questo snodo viario che all’epoca convergevano i traffici commerciali, per smistarsi verso Roma e ancor più a Sud, o verso il Nord Europa, oppure attraverso le Valli dell’Aquila fino a raggiungere i porti della Puglia, solcare il Mediterraneo e transitare in Oriente. Per un lunghissimo arco temporale e con ininterrotta continuità, stelle a più punte e simboli fiorili ornarono i portali e gli architravi di quegli ospitali, magioni, edifici civili e religiosi che si stagliavano lungo queste intrecciate vie di comunicazione e, soprattutto fra il XII e XIV secolo, cooptati dall’Ordine del Tempio, entrarono a far parte dell’iconografia simbolica atta ad individuarne la preponderante presenza, i possedimenti, nonché la tradizione sapienziale.
Ai Templari, Top-manager e ‘Strategic Planner’ della comunicazione e del marketing imprenditoriale del tempo, chiediamo come mai inclusero questo brand stellato fra gli slogan dell’Ordine e i “motti” che ne caratterizzavano la ‘Regola’ loro conferita da San Bernardo di Chiaravalle? E perché deviarono da mete più canoniche e mistiche, come ad esempio Compostella, per le terre della Sibilla appenninica così eretiche e alternative? E come mai i loro simboli e motti continuarono ad essere scolpiti sugli edifici dell’enclave sibillina anche dopo lo scioglimento del loro Ordine?
È certo che quali devoti adoratori del più sublime aspetto dell’Eterno Femminino e della Gran Madre universale, essi trovarono una corrispondenza filosofica e simbolica con l’onnicomprensivo archetipo sibillino! Come parimenti riconobbero nella cultura, nella prassi e nell’economia della community centro-appenninica, un perfetto ed etico modello imprenditoriale e commerciale che, attraverso una filiera circolare e concentrica, consentiva l’attuazione di un meccanismo di andate e ritorni di ricchezza. Una strategia di marketing concatenata in un circuito produttivo atto a rinnovare e moltiplicare, sia con l’espansione all’esterno, sia con la concentrazione verso il centro o cuore pulsante della stessa comunità, le risorse e i capitali più diversificati. Inoltre si narra che ogniqualvolta un Maestro dell’Ordine del Tempio entrava in una nuova casa o possedimento, pronunciava le seguenti ed esplicite parole: “Qui abiterò perché l’ho scelto, oh Stella Mattutina” con appariscente riferimento alla Vergine Maria cantata per l'appunto nelle laudi religiose come Stella del Mare e Stella del Mattino. È facile però che il management templare volesse così imprimere al luogo prescelto, quella funzione espansiva e concentrativa, di aperta accoglienza e di salvaguardia insieme, che l’ideografia stellare simbolicamente evoca col suo nucleo centrale attorniato da un numero variabile di raggi proiettati a tutto tondo. Tanto che, parallelamente o in alternativa alla famosa croce patente, con le stelle promulgarono ogni loro strategia imprenditoriale, specificando e pubblicizzando con questa marca, commende, ospitali, magioni, i loro quartieri generali, le loro piccole e grandi fabbriche multietniche, i magazzini ricolmi di ricchi tesori importati da ogni dove, come pure le segrete in cui occultavano famose reliquie unitamente a tutto il corpus delle loro conoscenze sui più grandi misteri dell’universo.
Tutte le loro strategie d’impresa pare s’ispirassero alla configurazione di alcune mappe stellari e in particolare alla costellazione di Virgo (Vergine) le cui stelle determinavano le giuste coordinate verso le fortunate mete dei loro viaggi per mare a bordo della loro flotta, battezzata per l’appunto ‘Stella Maris’. Ma l’invidia per la loro sapienza misteriosofica, per i loro poteri supernormali e per le ancor più incredibili ricchezze, al fine provocò lo scioglimento dell’Ordine da parte del Papato e, la condanna al rogo per eresia dei loro Gran Maestri, decretata dalla Santa Inquisizione, fu eseguita nel 1314 su ordinanza del re di Francia Filippo il Bello.
Riciclatasi in altri Ordini cavallereschi e Confraternite, la tradizione templare persisté a lungo, come a tutt’oggi testimonia la duratura presenza del suo brand stellato e del motto: “Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam” scolpiti sui portali di emblematici edifici superstiti del XV e XVI secolo, ubicati in territorio sibillino. E quest’area montana, crocevia multidirezionale per smistare e controllare, oltre i flussi della viabilità, le risorse economiche e il business imprenditoriale e commerciale dell’epoca, si confermerà ancora per lungo tempo come terra di rifugio o d’elezione per quegli spiriti liberi, creativi e produttivi, che amarono riconoscersi, al di là di ogni etnia o credo religioso, in una tradizione simbolica e prammatica insieme, che seppe ben coniugare o adattare valori umani ed etici a produttività e ricchezze equamente e saggiamente distribuite.
Sulla base di queste premesse, nella prossima puntata del nostro viaggio, scopriremo l’altra faccia delle Stelle e, percorrendone a ritroso i sentieri, esamineremo come i possedimenti Templari dell’area sibillina, nel mentre in tutt’Europa imperversava la caccia agli eretici e alle streghe, si tramutarono in laboratori alchemici e spagirici, per mimetizzare, tra i fumi e i vapori di misteriose tecniche di distillazione e trasmutazione, l’enigma della Pietra Filosofale e della fabbricazione dell’ORO… un segreto custodito, oracolato e tramandato, nel corso dei millenni, di Sibilla in Sibilla…

3.13-06-08
La scalata degli alchimisti alla Star’s Bank
Le Stelle che campeggiano sugli antichi possedimenti dei Cavalieri Templari, oltre a individuarne il brand imprenditoriale, costituirono l’interfaccia di quella tradizione sapienziale di cui furono accreditati eredi, custodi e traghettatori fino allo scioglimento della loro Milizia. Ma mentre gestione e controllo della viabilità Francigena come pure i servigi resi ai pellegrinaggi della cristianità in Terra Santa, a Roma e in altri sacri luoghi, furono cooptati da Ordini Cavallereschi più graditi ai poteri costituiti, il nocciolo più occulto del loro copioso e dotto patrimonio si imboscò, con buona parte dei superstiti all’eccidio del 1314, nelle impervie zone montane dell’Appennino umbro-marchigiano, decentrate rispetto ai siti europei delle storiche eresie, e per lo più inaccessibili alla zelante caccia alle streghe dei grandi Inquisitori. Proseguendo con la macchina del tempo verso un’altra tappa del nostro virtuale viaggio fra le stelle, ritroveremo sui sentieri d’altura e negli strategici snodi di una viabilità alternativa alle grandi vie di comunicazione, quei borghi e agglomerati già scelti dai Templari come luoghi d’elezione, ma che saranno deputati, ancora per lunghi secoli, alla trasmissione di sapienti metodologie e tecniche naturali volte a sviluppare o potenziare l’ingegno umano in ogni sua applicazione.
Fatti apparire, per scongiurarne la confisca, semplici ospitali per pellegrini, questi edifici assunsero sempre più la funzione di laboratori alchemici e spagirici in cui si produceva la Pietra Filosofale e si distillava l’Elisir di lunga Vita. Riciclando motti e simboli templari, per oltre due secoli si continuarono a decorare con una novella pioggia di stelle artisticamente scolpite, i portali e le finestre di quei luoghi più idonei ad ospitare la tradizione alchemica con tutto il suo corredo di alambicchi crogiuoli e atanor, indispensabile all’acquisizione sperimentale di quei paradigmi gelosamente custoditi da madre natura. Fu così che l’Alchimia, tornata in auge come scienza pratica, ‘gettò la maschera’ e legittimamente si ri-appropriò di quell’arcaico simbolo STELLARE che da tempi immemorabili l’aveva sigillata come eccelsa arte del perpetuo rigenerarsi della vita cosmica e della trasmutazione del piombo in ORO, rivisitando e attualizzando l’eredità templare alle esigenze epocali e a nuove prospettive economiche per l’area appenninica. Il verificarsi di questo passaggio di testimone fra Templari e Alchimisti è documentato, nelle terre della Sibilla, da una pergamena dell’Archivio Storico di Montemonaco datata 1452, in cui si legge che genti provenienti da ogni dove vi giungevano per praticare l’Alchimia e consacrare i loro libri segreti al Lago della Sibilla.
L’arte di trasmutare i metalli volgari in oro fino, e di quintessenziare le sostanze minerali, vegetali e animali per ricavarne rimedi atti a prevenire e curare tutti i mali, ed elisir e cosmetici per prolungare la vita e migliorarne la qualità, va fatta risalire agli antichi egizi ai quali fu trasmessa dalla stessa Dea Iside, mitica personificazione di quella Natura onnicomprensiva e prodiga, tanto cara a Templari e Alchimisti. Nel corso dei secoli e dei millenni altre figure femminili (ad esempio Maria l’ebrea e Cleopatra) furono maestre nell’arte della distillazione e nell’alchimia metallica. Non dovrebbe quindi stupire l’attribuzione di queste prerogative alla Sibilla centro-italica che, quale acclarata manager delle comunità appenniniche, ne fece un tale business…da ottenere persino di essere immortalata come Sibilla Chimica in un prospiciente Santuario! Ma a questo punto vale la pena chiederci: quale fu il piano strategico attraverso il quale alcuni Alchimisti, guidati dalla Dama alchemica, operarono la ‘scalata’ alla Star’s Bank dei Sibillini acquisendone il monopolio? Essi utilizzarono, primariamente, una parata di stelle dalle diverse fogge per privatizzare i laboratori in cui si praticava il culto dell’ORO spirituale e la fabbricazione di quello di coppella. E così come un ‘Colosso’ finanziario segnala alla clientela, con l’imprinting del suo marchio, l’ubicazione certa di filiali, agenzie e sportelli per ogni movimento di capitali, parimenti sponsorizzarono in tutt’Europa, sotto la scia di questo brand stellato, le illimitate risorse naturali del territorio e quelle regole di libero mercato per le quali era possibile riconvertirvi, in capitale aurifero, ogni investimento di scienze, idee e conoscenze. Riuscirono, pertanto, a catalizzare molti cavalieri e alchimisti dell’epoca, per i quali, salire su Monte Sibilla per raggiungerne la fatidica Grotta, scolpirvi il nome e l’insegna del proprio casato, apprendere segreti trasmutatori e carpire rari ingredienti per distillare nell’alambicco l’elisir di eterna giovinezza, diventò un punto d’onore.
Inoltre, i nostri alchimisti-manager avviarono spontaneamente un vero e proprio advertising plan, tanto da divenire essi stessi attivi sponsor di un progetto di comunicazione e marketing. E creata una specie di ‘cordata’ capeggiata dalla Sibilla alchemica quale principale azionista, entrarono a far parte (per dirla in linguaggio più tecnologico) di quel database management system (DBMS) che, poggiando su l’hardware di un territorio collaudato nei millenni come baluardo di incorruttibili valori, di intramontabili saperi e come miniera di beni preziosi, attraverso l’investimento di ingegnose risorse umane, innescasse un nuovo software operativo teso ad aprire, nelle aree sibilline del tempo, ulteriori canali di new-economy. Ma da vera guru dell’alta finanza, pur incentivando mobilità e interscambio fra collaborazioni, la Sibilla appenninica detenne le sue azioni maggioritarie (che ancor oggi detiene!) ben custodite nell’ipogeo blindato della sua inaccessibile Grotta, sì da impedire a chiunque pensasse di lanciarle un’OPA, sia amichevole che ostile, di scalzarla dalla sua aurea posizione di Stella… fra le Stelle!
E lasciandoci alle spalle la magica dimensione che ha fatto fin qui da sfondo al nostro insolito viaggio, nel mentre l’azzurro orizzonte del Mar Adriatico si allontana allo sguardo, travalichiamo la Catena dei Sibillini dandoci appuntamento alla prossima puntata nel versante umbro delle terre della Sibilla, per scoprire insieme l’insinuarsi, sui camaleontici sentieri delle stelle, di squadre, compassi…e rose+croci…

4. 29-06-08
Full immersion fra magiche leggende e alchimie di sapori
A chi, stimolato dal nostro virtuale viaggio sui ‘sentieri delle stelle’, vuole personalmente visionarne il tracciato programmando una vacanza nel versante piceno dei M.ti Sibillini, sarà la stessa Sibilla, indiscussa Leader della community montana, a porgere il doppio filo che aiuterà a non sperdersi nel suo labirintico e trasgressivo regno e a meglio calarsi, sullo sfondo di un incredibile retroterra culturale, nell’incanto di un paesaggio ancor selvaggio e incontaminato, circoscritto nel perimetro di un Parco Nazionale. Il percorso consigliato, che ricalcherà la stessa viabilità contrassegnata dal tipico brand stellato rievocante l’eco lontana di antiche tradizioni sapienziali e della fiorente economia di un tempo che fu, comprenderà due principali mete escursionistiche: Monte Sibilla, il Venusberg centro-italico, con la sua grotta fatata e Monte Vettore, la vetta più alta della Catena, con il suo lago stregato.
Dopo il Solstizio d’Estate e fino ad Autunno inoltrato, ogni periodo è buono per avventurarsi, superato il paesino di Montemonaco, lungo il ripido serpentone sterrato che si snoda su monte Zampa e in circa 8 Km conduce a quota 1540 e al Rifugio Sibilla (www.rifugiosibilla1540.com - info@rifugio1540.com). La strada è battuta, percorribile anche in auto fino al rifugio, e a circa metà del tragitto s’incontreranno le Grotte Nere che anticamente erano deputate, per il loro particolare microclima, a scopi terapeutici. Non va perso mai di vista il panorama che salendo si fa sempre più ampio e suggestivo spaziando dall’orizzonte bluastro del Mar Adriatico al Grande Corno del Gran Sasso e alle irte cime dei Monti della Laga. Ad accogliervi sul belvedere di questo tipico rifugio montano troverete la simpatica coppia dei gestori Angelone e Cinzia con la loro bimba Marika (mini-sibilla di nuova generazione!) che vi assicureranno un soggiorno confortevole e ogni indicazione, consiglio e assistenza per proseguire a piedi sempre più su, verso la cresta di Monte Sibilla e la famosa Grotta, percorrendo lo stesso fantastico itinerario che nel Quattrocento il Cavaliere Provenzale Antoine De La Sale, intellettuale e alchimista, descrisse nel suo diario di viaggio ‘Il paradiso della regina Sibilla’ dedicato ad Agnese di Bourbon-Bourgogne. I buongustai non potranno far a meno di apprezzare le specialità di Cinzia, dalle ‘tagliatelle ai corbini’ (olibri), una specie selvatica di spinaci che cresce sul crinale limitrofo al rifugio, agli ‘gnocchi di polenta’ con funghi e tartufi “cercati freschi” da Angelone e dal suo cane, al locale ‘cinghiale in salmì’ …il tutto, ovviamente annaffiato dal Rosso Piceno e stemperato da freschissima acqua di sorgente e… dalla grappa alla ‘genziana dei M.ti Sibillini’.
Ma per chi volesse davvero vivere un’esperienza off-limits, non va persa la scalata notturna con pernottamento in sacco a pelo sulla vetta, magari scegliendo una notte di Plenilunio, con l’auspicio di un incontro ravvicinato (noto a livello popolare come il sogno della Fatacina) con la Sibilla in persona o, quantomeno, con una delle sue leggiadre e sensualissime Fate. Come pure si potrebbe assistere, nei pressi di ciò che ormai resta dell’arcaica grotta, a strani fenomeni luminosi che interagiscono a livello neuronale creando ampliamento di coscienza e simbiosi con le energie del luogo fino a sentirsi, alle prime luci dell’alba, non più semplici spettatori, ma attivamente compartecipi di quegli strani giochi di geometrie ed esplosive cromie che lo spettro solare suole pennellare lungo il misterioso profilo della Montagna nel mentre la luna piena tramonta, sempre più diafana nel cedere lo scettro al signore del nuovo giorno… E sulla via del ritorno, volteggiante sulla vetta, potreste scorgere l’aquila reale a porgervi l’ultimo saluto della Regina, o percepire la presenza del suo invisibile ‘piccolo popolo’ di fate, elfi e gnomi che vi scorterà nella discesa, infine consegnandovi alle dolci o salate alchimie di una megacolazione corroborante imbandita sulla terrazza del rifugio, per rimirare dall’alto e con sguardo ormai disincantato, quel mondo di laggiù che non riuscirà mai più ad alienarvi, né a cancellare l’indimenticabile e trasformante esperienza vissuta nel magico regno della Circe dei Sibillini.
Risalendo l’antico percorso dei ‘sentieri delle stelle’ verso M.te Vettore per l’escursione al Lago della Sibilla e preferendo una soluzione di soggiorno in B&B, sarà ideale La Baita di Pilato (www.labaitadipilato.it) che vi accoglierà piacevolmente nel suo borghetto ristrutturato ad oc e munito persino del confort di una fresca piscina posizionata sullo sfondo di M.te Sibilla. Quasi speculare alla Baita La Locanda della trota con annesso vivaio, ove gustare le trote sguazzanti nelle limpide acque dell’Aso, sapientemente preparate da ‘Felicetta’ e servite in sfiziosissimi antipasti, carpacci, fritte in pastella e come ripieno delle tipiche olive all’ascolana, filettate e arrostite con le erbette aromatiche o sposate ai profumi del bosco per farcire le sue inimitabili lasagne alla trota e funghi porcini, pasteggiando con un buon Verdicchio o con un Rosso Piceno d’annata. Proseguendo verso Rocca, dopo aver sostato a contemplar le ‘stelle’ scolpite sulla monofora della chiesetta di Santa Maria in Casalicchio, chi predilige la struttura alberghiera in stile montanaro, potrà fermarsi in pensione presso Il Guerrin Meschino (www.guerrinmeschino.com) ove assaporare le specialità di Gabriele e Francesca fra cui gamberi di fiume, lumache di monte, zuppe di farro e lenticchie, e il doratissimo fritto all’ascolana in cui risaltano fra olive, cremini e verdure dell’orto, le tenerissime costatine di agnello dei pascoli locali. Dalla frazioncina di Rocca partiva anticamente un sentiero alternativo verso la Grotta, chiamato del Guerin Meschino, cioè di quell’eroe del romanzo cavalleresco di Andrea da Barberino, che ivi giunto per interpellare l’oracolo della Sibilla sulla vera identità del suo casato, restò prigioniero per un anno intero nell’infero regno di piaceri della Fata appenninica. Proseguendo e costeggiando le gorgoglianti acque del torrente che si insinua nella macchia e fra le gole, formando fresche radure a mo’ di ninfei, cascatelle e cristalline pozze, salendo in su fino alle sorgenti dell’Aso si giungerà a Foce, ritrovo, un tempo, per le gaie danze di leggiadre Fate e miti pastori. Qui si potrà sostare al Rifugio la Taverna della Montagna (info: tel. 0736856327) dotato di numerose camere, per ritemprarsi con le tipiche specialità alla brace in vista dell’impegnativa scalata a Monte Vettore e al Lago della Sibilla.
Denominato di Pilato, per il sovrapporsi di una leggenda più tarda che ne volle scaraventate da buoi infuriati le spoglie maledette del Proconsole Romano, questo Lago di origine glaciale fu meta nel Medioevo di maghi e negromanti che vi salivano per impetrare ai demoni la consacrazione dei grimoires e dei loro libri del ‘comando’. Pare lo frequentasse lo stesso Cecco d’Ascoli, contemporaneo di Dante, astrologo, alchimista e ‘Fedele d’Amore’, arso sul rogo con l’accusa d’eresia e stregoneria. Caratteristico per la posizione impervia a circa 2000 m. s.l.m. resta unico nel suo genere per il proliferarvi del Chirocefalo Marchesoni, una specie rara di gamberetto rosso-arancio che periodicamente lo tinge del suo vivacissimo colore. Alle prime luci dell’Alba, lasciato alle spalle il Rifugio di Foce e la strada asfaltata, si dovrà proseguire a piedi attraversando il Pian della Cardosa fino a un ameno e ombroso boschetto di querce da dove inizierà la vera e propria scarpinata lungo la Salita del Carraccio. Affrontati di buona lena i perigliosi tornanti delle Svolte, il tragitto si farà più comodo e panoramico fino alla pietraia che costeggia il laghetto. Sostare a lungo sulle sue sponde immergendosi nella quiete circostante per ricaricare mente e corpo della purissima energia che esala da ogni pietra, da ogni filo d’erba e da quelle cristalline acque, costituirà il meritato trofeo per le fatiche spese… Stesso percorso a ritroso per il ritorno alla base di Foce o, in alternativa, per gli esperti di trekking di montagna, la possibilità di travalicare il Vettore e scendere verso Forca di Presta per proseguire la vacanza nel versante umbro delle terre della Sibilla, e scoprire sui ‘sentieri delle stelle’ altri magici luoghi, leggendari racconti e gastronomiche golosità… parola di Sibilla.

5. 18-07-08
‘Centri benessere’ e ‘business immobiliare’ nello strategic-plan dei Sibillini
Trasportati dalla nostra virtuale macchina del tempo, attraversiamo il Passo del Galluccio circumnavigando il versante piceno delle terre della Sibilla verso Forca di Presta, per poi planare nell’altopiano di Castelluccio di Norcia che si aprirà allo sguardo come uno sconfinato tetto fiorito sdraiato ai piedi delle scoscese pendici-ovest del massiccio del Vettore. Spoglio di vegetazione e attraversato da una lunga faglia orizzontale, soprannominata dalla fantasia popolare Strada delle Fate, questa cima più alta della Catena dei Sibillini si affaccia sul Pian Grande con la rocciosa sporgenza dello Scoglio dell’Aquila, vero e proprio sigillo della sua regale primazia.
Nel versante umbro, più trascendente e mistico, i ‘sentieri delle stelle’ ancor più s’incrociano a quelli della transumanza, permeandosi di serena quiete interrotta solo dal lento incedere di greggi e armenti alla cerca di verdeggianti pascoli d’altura. Ma anche nel minuscolo e antico borgo di Castelluccio troveremo su di una finestra, lungo la leggendaria Via delle Fate, il marchio ‘stellato’ della Sibilla, a indicare il transito o la sosta di Cavalieri, Templari e Alchimisti nei loro spostamenti lungo la Valnerina e la Valcastoriana verso mete più strategiche. Territorio di eremi fin dall’Alto Medioevo e prima ancora della colonizzazione Benedettina, queste valli popolate da piccoli centri e ricchi agglomerati facenti capo all’Abbazia di Sant’Eutizio, fra cui spiccano per retaggio storico e antiche tradizioni le suggestive Norcia e Preci, furono anch’esse snodo di una viabilità alternativa alle grandi arterie di scorrimento dei traffici e dei commerci del passato. In questi territori, fino a tutto il X secolo, le Abbazie Benedettine furono deputate alla cura dei pellegrini e della popolazione locale, tanto che, come in quella di Sant’Eutizio, vi erano annessi laboratori alchemici e spagirici. Ma già dalla prima metà del Mille, con i Concili di Reims, la Chiesa iniziò a vietare a monaci e canonici di occuparsi ufficialmente di arti mediche che iniziarono così ad essere gestite da laici in edifici civili e negli ospitali.
Per lunghi secoli, in quest’area, l’innestarsi della tradizione templare e alchemico-spagirica fiorì come arte pratica e medica connotandosi col suo brand stellato e contribuendo ad accrescere conoscenze, business e fama di cerusici, fisici e chirurghi preciani e nursini. L’eco dei motti dei Cavalieri del Tempio persiste su antichi portali spesso integrata dai simboli delle Corporazioni di Liberi Muratori (compassi, squadre, martelli, cazzuole ecc.) tipici della Massoneria storica e, parallelamente al versante piceno, iniziano pure a sbocciarvi le rose+croci artisticamente scolpite ad attestare l’avvenuto compromesso fra la mistica caritas benedettina e la magica scienza della natura di matrice alchemico-sibillina.
L’influenza della Sibilla appenninica (detta pure Sibilla di Norcia) prese a manifestarsi, nel versante umbro delle sue terre, come supporto alle numerose pratiche medicali della Scuola chirurgica preciana in cui la ‘medicina delle donne’, intrisa di antichi saperi e segrete ricette tramandate di madre in figlia, fu tenuta nella debita considerazione. E spesso le ‘Strolliche’ indovine, allieve della Sibilla di turno, accompagnavano medici e cerusici al capezzale degli ammalati per diagnosi, consulti o per coadiuvarli negli interventi chirurgici con le loro droghe e i loro intrugli anestetizzanti. In un’epoca in cui la salute del corpo era penalizzata da quella dello spirito e penitenti e flagellanti predicavano la mortificazione dei sensi e la demonizzazione della materia, l’enclave sibillina si presentava al viandante come un miraggio, come un’oasi salutistica ove acque purissime e termali, cibi semplici prodotti in loco, sostanze medicamentose prodigate dalla lussureggiante flora, e soprattutto l’assistenza sapiente e premurosa di sibille, alchimisti, cerusici, e terapeuti-iniziati di matrice rosacruciana, garantivano, oltre a un soggiorno rigeneratore, l’apprendimento e l’acquisizione di un sistema di vita equilibrato, integrato e sintonico alle leggi della natura di cui, forse proprio a partire da queste terre, si fecero portavoce in tutt’Europa i leggendari e ineffabili Maestri della Rosa+Croce. Infatti, una leggenda intersecatasi con i racconti popolari sull’antro sibillino, narra che al mitico Christian Rosenkreuz fu proprio una donna bellissima, apparsagli in una grotta, a conferire le chiavi teoriche e operative per la realizzazione del Pharmaco Catholico, cioè di quel medicamento universale tanto vagheggiato dagli alchimisti per sanare tutti i mali, fisici e morali.
Antesignani dei più moderni e attrezzati ‘Centri Benessere’, gli ospitali dei Sibillini segnalati dai simboli stellari e fiorili, si accrebbero di numero fino a formare una catena di location diversificata per competenze ed esigenze, ove i dettati teorici della medicina tradizionale del tempo si coniugavano all’ars practica e all’esperienza maturata nel corso dei millenni dalle community centro-appenniniche sempre aperte e attente, per forma mentis, nell’accogliere e verificare ogni novità e scoperta scientifica utili al benessere collettivo. Esempio di ‘bona sanità’ saggiamente amministrata sotto il controllo della Leader Sibilla, anche questa branca medico-chirurgica di risorse umane e territoriali, entrò a far parte dell’advertising plan avviato dal suo staff manageriale, tanto da acquisire fama a livello europeo e richiamare l’attenzione di papi, principi, re e illustri personaggi che, alla bisogna, si affidavano alle cure di quest’equipe specialistica di cerusici e fisici, con conseguente e positiva ricaduta sia nell’economia sia nel marketing job delle aree circostanti.
Questo business ebbe risvolti pure in campo edilizio e immobiliare con l’impiego sempre maggiore di mano d’opera specializzata per consentire ai mastri costruttori e scalpellini di erigere e decorare degnamente i nuovi borghi che la ricca e colta committenza imprenditoriale voleva arroccati nei punti e snodi più strategici della viabilità. Ed è molto probabile che siano stati i Templari, top-manager e costruttori eccellenti del Tempio dell’umana sapienza, poi ereditato dai Rosa+Croce e dalla Fra’ Massoneria, a contribuire alla realizzazione di quelle imponenti architetture di pietra, tanto solide da reggere al logorio del tempo e al susseguirsi nei secoli di numerose catastrofi sismiche… così lasciando sui ‘sentieri delle stelle’ la traccia indelebile di un codice simbolico da poter prima o poi decriptare e intelligentemente attualizzare in ergonomia e armonia con le risorse sostenibili del Pianeta.

6. 20-09-08
Ecosapori… e bioarte… nel cuore dell’Italia Vetusta
Nel versante umbro della Catena Dei M.ti Sibillini, procederemo insieme sugli antichi sentieri costellati da quei loquaci simboli stellari che rievocano lontane tradizioni sapienziali al servizio della Vita… Ma nel mentre la mente e lo spirito si appagheranno di conoscenze e saggezze intramontabili, tutti i cinque sensi si esalteranno, risvegliati dalle armonie dei monti e delle valli, dalla musica dei torrenti, dalle carezze del sole e del vento sulla pelle umida di rugiada mattutina… abbagliati dalla visione di spazi sconfinati d’incommensurabile bellezza… e titillati dai profumi e dai sapori di una terra da sempre ricca e prodiga, maestra in alchimie culinarie e leader nel marketing gastronomico delle tipicità made in Italy.
Da non perdere nel mese di giugno, la spettacolare fioritura della Piana di Castelluccio di Norcia (1400-1500 mt. s.l.m.) per immergersi in una tavolozza variopinta, tale da fare invidia ai più famosi artisti del colore. E magari attraversare a cavallo i prati odorosi o ammirare dall’alto, ben imbracati a un parapendio e facendosi cullare dalle correnti, la magia del Pian Grande che sembra lo specchio terreno di un lembo di cielo solcato dall’arcobaleno. È soprattutto in questo altopiano che i montanari procedono da fine luglio a tutto agosto alla copiosa raccolta di legumi tipici fra cui primeggia sovrana la ‘lenticchia’ che dal 1997 ha ottenuto il marchio europeo IGP. Ricca di ferro, proteine e sali minerali, la ‘lenticchia di Castelluccio’ è unica anche per il suo aspetto policromo (tigrata, giallognola, marroncina…) e per le sue dimensioni piuttosto ridotte. Cuoce in acqua fredda in 20/30 minuti, aggiungendo solo sale, sedano, aglio ed olio: il sapore è garantito. Si sposa bene con le salsicce e altri legumi locali e non c’è rifugio montano o ristorante della zona che non l’annoveri fra le sue specialità, unitamente al farro, alla roveja (specie di pisello selvatico) e al curioso fagiolo ‘ad occhio di pernice’, il tutto spesso miscelato in gustose composte e zuppe. E nel minuscolo borgo di Castelluccio solcato dalla leggendaria Via delle Fate le donne siedono ancora sull’uscio a mondare le lenticchie e a narrare ai passanti curiosi i bei tempi in cui la Sibilla e le sue Fate scendevano dalla Grotta situata oltre il M.te Vettore per allietare i pastori di ritorno dai pascoli alti, con le loro danze, e insegnare alle giovinette i segreti delle erbe commestibili e medicamentose, o come coltivare trasformare e conservare i prodotti della montagna e incrementare l’allevamento del bestiame per dare il via alla produzione casearia e all’arte della norcineria, fonti di commercio e di ricchezza per tutta l’antica comunità sibillina.
“Sale e tempo…” sono la regola di base delle tradizionali tecniche di lavorazione delle carni suine, ereditate dalla storica norcineria preciana e ancor oggi fedelmente praticate nei moderni salumifici e prosciuttifici consorziati. Anche al prosciutto crudo prodotto a un’altitudine superiore ai 500 mt. è stato attribuito il marchio di Indicazione Geografica Protetta e, oltre a far bella mostra di sé su ogni tavola nursina che si rispetti, lo si ritrova tutti gli anni a Preci come protagonista, nel mese di luglio, della festa “Pane, Prosciutto & Fantasia” ove, accompagnato da testimoni d’eccezione quali l’olio di Trevi e il Sagrantino di Montefalco, suole unirsi in matrimonio con la ‘crescia’ di Gubbio, una candida focaccetta di pasta lievitata.
Da Forca Canapine scendendo attraverso una serie di lunghi tornanti si apre allo sguardo fra morbide vette un’ampia conca nel cui centro, a forma di un cuore pulsante con la punta rivolta verso Roma/Amor, s’intravede, circondata dalle antiche mura intervallate da sette porte d’accesso, la cittadina di Norcia, il centro più commerciale e turistico del versante umbro dei Sibillini. Patria del Tartufo nero pregiato (Tuber Melanosporum Vittadini) e di mille altre prelibatezze, questo paese della cuccagna, questo paradiso per buongustai incalliti, concentra in bella mostra nelle piazze e nelle vie più commerciali il meglio della produzione locale per soddisfare i palati più esigenti e raffinati. Oltre a produrre un’indiscussa varietà di norcinerie e caseari, l’ingegno sibillino dei nursini ha saputo combinare con indubbia fantasia i prodotti tipici della tradizione, dando vita a un mercato gastronomico unico per il suo mixage di profumi e sapori: dalle paste, alle caciottine, ai salamini, fino ai biscotti e ai cioccolatini, tutto è sapientemente integrato, dosato o profumato da tartufo, funghi, farro e lenticchie, delle terre della Sibilla!
Ma dopo che tutto questo trionfo pantagruelico da paese del bengodi, avrà soddisfatta ogni voglia e placato ogni appetito, la luce radente del tramonto tingerà di rosa le chiare architetture cittadine mentre i campanili delle chiese di San Benedetto e Santa Maria Argentea si contenderanno il vespero coi loro rintocchi. Allora, per un istante, la mente si innalzerà più leggera per cogliere nell’aria tersa l’eco di quella spiritualità profonda che ancora aleggia in questi luoghi di santi, monaci ed eremiti e giunge diritta al cuore permeandolo di un sottile senso di pace. Con l’accendersi delle prime stelle ci si ritroverà poi a vagare per i vicoli, alla ricerca di qualcosa che sintetizzi e fissi in una forma, la vera essenza di queste terre: l’anima antica della Sibilla di Norcia.
E così capiterà di incrociare la bottega di qualche artista che, sensibile al richiamo di un’italica matrice, qui è giunta e a questa si è ispirata nelle sue creazioni, interpretandone con maestria e passione il simbolico linguaggio. Un linguaggio arcaico, ma d’incredibile attualità, che dà forma alla materia rendendola vitale e vibrante, in un continuo processo d’interscambio fra idea, creazione e artista. E nel contenitore sibillino ogni espressione artistica al servizio della vita, diventa bioarte, come del resto ogni prodotto e frutto di questa terra conserva inalterato il suo ecosapore originario. Provare per credere… Parola di Sibilla!

7. 26-10-08
Checkpoint e checkin lungo il versante umbro della ‘bioregione’ sibillina
Il poeta della natura Gary Snyder, uno dei padri dell’ecologia profonda (deep-ecology), autore del best seller L’Isola della Tartaruga, ha fondato negli Stati Uniti il “bioregionalismo”, un movimento che tende a rivalutare i confini naturali di quelle estensioni territoriali accorpate o separate da frontiere artificiali. Nella bioregione di Snyder la “cittadinanza” o “famiglia ecologica”, è composta da tutti gli esseri viventi di quel dato sistema territoriale, senza distinzione di specie o di specificità etnica e linguistica, interagenti fra loro mediante una rete di relazioni cooperative che, nel mentre ne coltiva la biodiversità e ne configura organizzazione, autogestione ed autonomia, li apre all’accoglienza, al dialogo e allo scambio con l’esterno, pur preservando l’unità e l’identità del sistema stesso. Ma nihil sub sole novi…in quanto, sorvolato con la nostra virtuale “Enterprise”, anche quel segmento territoriale sotto l’influenza della Leader Sibilla, ignorando i confini politico-amministrativi delle moderne cartografie e delimitato da mare, monti, valli e fiumi, è configurabile come bioregione.
Ridisegnandone la cartina guardando alla natura del territorio, troveremmo infatti a nord e verso nord-est: la valle del fiume Potenza; a est: il Mar Adriatico; a sud-sud-est: la Val Vibrata; a sud-sud-ovest: i Monti della Laga e i Monti Reatini; a ovest: la Valnerina e la Valmenotre; per chiudere il cerchio in su verso nord, alle sorgenti del Potenza. Dalla catena dei Sibillini, cuore montuoso di questa ‘bioregione’, si sono snodati i ‘sentieri delle stelle’, cioè quei percorsi le cui tappe sono state per secoli segnate dal tipico brand stellato, attestante presenza e persistenza di tradizioni insolite che parallelamente a quelle storicizzate, hanno contribuito al progresso culturale, civile ed economico della società umana, precorrendone spesso i tempi con idee e pratiche controcorrente spesso attinte ad antiche saggezze.
Presidio dei Cavalieri Templari, cosparsa di laboratori alchemici e spagirici, di ospitali per pellegrini, di eremi e rifugi per gli eretici, quest’area è a tutt’oggi ricca di sopravvivenze monumentali che il nostro viaggio virtuale ha già, fin qui, portato alla ribalta. Importante snodo, dal Medioevo al Rinascimento, della fitta rete viaria costellata di simboli stellari, questo territorio centro-italico non solo era fondamentale per il controllo della viabilità dal nord Europa ai porti pugliesi verso la Terra Santa e l’Oriente, (con tutti gli interessi economici, commerciali e religiosi che ne conseguivano), ma pure per il filtrarvi, ben celate sotto camaleontiche apparenze, di idee più all’avanguardia in campo scientifico, politico, economico, culturale e sociale, sfuggendo così alla repressione dei poteri assoluti, temporali e spirituali, dell’epoca. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se fu residenza privilegiata di enigmatici intellettuali, di menti creative, di strane quanto attualissime figure manageriali, e di ispiratori e fautori di nuove ideologie di libertà e uguaglianza. Ma a difesa di un tale network advertising della comunicazione, furono posti a corollario alcuni checkpoint, veri e propri insediamenti fortificati locati in special modo nei passaggi obbligatori di viaggiatori, mercanzie e cavalieri che qui volevano addentrarsi alla ricerca di conoscenze e antichi valori su cui fondare una visione alternativa della vita, per dare nuovi impulsi alla civiltà del tempo.
Le cittadine di Leonessa e Monteleone, ad esempio, furono fra quelle postazioni che fornivano a chi proveniva da Roma attraverso la Salaria il checkin di passo fino allo strategico crocevia umbro di Borgo Cerreto, ove il traffico era smistato o verso Assisi-Perugia-Firenze, ricongiungendosi alla via Francigena, oppure verso Sellano e Preci per addentrarsi nei Sibillini o risalire a nord-est verso il Brennero.
Altre importanti e adiacenti cittadine umbre sotto l’influenza Benedettina o Francescana, fra cui Norcia e Cascia, Spello e Assisi, furono lasciate fuori da questo tracciato, come si rileva dall’assenza sulle antiche architetture civili e religiose di quelle emblematiche stelle che caratterizzavano altre località della cinta sibillina.
Da Sellano e Preci, infatti, percorrendo la Val Castoriana fino a lambire Norcia, la simbologia stellare si mescola a quella religiosa affiancando sui portali delle chiese, la classica ‘croce spinata’ di templare memoria, come sotto il portico laterale di Madonna Bianca, sottostante la Forca d’Ancarano.
Ma cosa avevano questi luoghi di tanto unico o speciale, da renderli così interessanti e appetibili, al punto da doverne delimitare e difendere i confini con dei checkpoint? E perché sottoporre a check-in chi vi voleva transitare? Eppure è proprio quello che a quei tempi accadeva, forse per preservare l’integrità qualitativa del sistema territoriale, o forse per scongiurare inopportune ingerenze al libero fluire di idee e attività troppo avanzate per essere da tutti comprese e condivise…! Certo è che non è facile per la nostra mentalità tecnologica e sviluppista calarsi in una realtà apparentemente così lontana; non lo è soprattutto per chi pensa in termini di modernismo, riducendo tutto l’esistente a mercato in contraddizione con le leggi della natura, e per chi agisce in termini di tecnosistemi, cioè antropizzando l’ecosistema con la complicità delle tecnoscienze concepite esclusivamente come business!
Oggi però, visto che l’attuale trend è risultato fallimentare, sta emergendo all’avanguardia della scienza una nuova visione ‘sistemica’ della vita che poggia sulla presa d’atto della configurazione ‘a rete’ di tutti gli organismi viventi, siano essi ecosistemi o sistemi umani e sociali. Una visione che nel mentre crea tensione verso una nuova coscienza planetaria, mette parallelamente in crisi i sistemi economici della nostra società industrializzata a causa dell’incompatibilità dinamica fra la ciclicità dei sistemi viventi naturali e la linearità dei nostri sistemi industriali. Nel superamento di questo conflitto non ci resterebbe che aspirare alla riprogettazione delle attività commerciali e dell’economia, sulla base di nuovi modelli improntati ai meccanismi circolari e ciclici della natura. Ma da dove partire, se l’ecosistema è già snaturato e compromesso, in alcuni casi, irrimediabilmente? Con quale modalità, dunque, e a quali modelli di equilibrio fra antropos e bios ci si potrà rifare senza dover nullificare secoli e secoli di progresso scientifico, economico e tecnologico? Ed ecco che il background su cui poggiava la bioregione sibillina si appalesa come potenziale paradigma di riferimento, e il nostro percorso virtuale si concretizza e si colloca come ‘fil rouge’ da sciorinare per orientarsi in dirittura verso quest’obiettivo. Sarà in tal senso che proseguiremo sui sentieri delle stelle… alla scoperta di ulteriori tracce e sopravvivenze di un vivere comunitario eco-bio-sostenibile che in queste terre ha funzionato egregiamente per secoli… e al quale varrebbe la pena di provare ad ispirarsi…parola di Sibilla!

8. 25-11-08
Gastronomia ‘archeologica’… fra stelle, storia e folklore
A chi da Roma, percorrendo verso sud-est la Salaria, volesse addentrarsi nel cuore delle terre della Sibilla dal versante marchigiano, attraversate le Gole del Velino e proseguendo oltre lo snodo di Posta, si consiglia di programmare una sosta obbligata in quel di Amatrice per non perdere l’opportunità di assaporare i veri spaghetti o bucatini “all’Amatriciana”, tipico piatto della tradizione agro-pastorale esportato in tutto il mondo per la goduria degli estimatori del gusto rustico-piccante made in Italy. In realtà la ricetta originale, antecedente alla scoperta delle Americhe, non includeva il pomodoro e il peperoncino ed era chiamata “Gricia” dal colore grigiastro conferito alla pasta dall’abbondanza di pepe miscelato al guanciale e al pecorino locali e, a tutt’oggi, entrambe le varianti (la grigia e la rossa) si contendono il giudizio di buongustai e poeti della buona tavola… a suon di versi… come quelli di Tommaso Quattrocchi di seguito riportati:

L'AMATRICIANA
L'Amatriciana è un fior di poesia
lo cito, senza dire un'eresia,
scritta col Guanciale e Pecorino
Peperoncino e un po’ di Bianco vino,
un goccio di buon Olio e teneri Pelati
poi gli Spaghetti, ben bene amalgamati,
L'Origine il nome ve lo dice
è quella di "Città dell'Amatrice"

Per chi invece volesse, sempre dalla Salaria, deviare per Leonessa e Monteleone di Spoleto, prima di procedere verso i confini nord e nord-est della bio-regione sibillina, potrebbe sostare nei due fondamentali checkpoint posti dai Templari e dai loro epigoni a baluardo del versante umbro dei “sentieri delle stelle” e approfittarne per gustare altre tipicità di antichissima produzione locale.
Fin dal XIII secolo il territorio di Leonessa, posto a cerniera fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli, ebbe un importante ruolo nell’economia centroitalica del tempo grazie alla produzione e al commercio in tutte le corti europee dei suoi preziosi tessuti di velluto, articolo di cui si perpetua la memoria nel “Palio” detto appunto “di Velluto” risalente al XV sec. e celebrato ancor oggi nell’ultima settimana di Giugno. L’altopiano dominato da questa prospera cittadina, fu fra i primi in Italia ad accogliere, importata dalle Americhe, la coltivazione della patata che, protrattasi e perfezionatasi nel corso dei secoli, tutt’oggi costituisce una delle primarie risorse agroalimentari del luogo. L’altitudine, il clima e la particolare acidità del terreno, unite ai dettati dell’attuale bio-agricoltura, conferiscono infatti alla “patata leonessana” a pasta gialla, una riconosciuta qualità superiore, nel mentre la fantasia della tradizione culinaria locale ne esalta le proprietà nutrizionali e il sapore sposandola con i più svariati ingredienti dolci e salati: a partire dalle fragranti ciambelle spolverate di zucchero, agli gnocchi conditi col ragù di castrato, coi funghi e il tartufo, fino ad accompagnare gli stufati, l’abbacchio al forno, i gamberi di fiume… e mille altre prelibatezze, tutte degustabili durante i giorni della “Sagra della Patata Leonessana” nel mese di Ottobre o, durante tutto l’anno, nei più rinomati ristoranti del posto.
Seguendo sempre il tracciato che delimita i confini della bio-regione sibillina attraverso l’attuale e panoramica strada che ricalca gli antichi sentieri di cavalieri e pellegrini contrassegnati dal tipico brand stellato, si giunge alla roccaforte di Monteleone di Spoleto. Popolato dall’Età del Bronzo dalla civiltà Villanoviana, il territorio di questa cittadina, ancor prima che divenisse romana, accolse pure la civiltà etrusca alla quale è fatta risalire la “Biga” del VI sec. a.C. qui rinvenuta nel 1902 e il cui ‘originale’ (trafugato e oggi rivendicato dalla Cittadinanza) è esposto al Metropolitan Museum di New York.
Inoltre, come testimoniato nelle Tavole Iguvine, questa terra ‘sibillina’ di confine, ebbe un preminente ruolo politico ed economico nella confederazione Atiedia dei popoli umbro-piceni, proprio grazie alla sua abbondante produzione di Farro, alimento basilare delle antiche popolazioni montane e pedemontane e anche usato, già nel II secolo a.C., come moneta per il pagamento di tributi in natura tramite i “questores farrarii” (questori del farro). Attestata da reperti archeologici di numerosi paesi mediorientali, del bacino Mediterraneo e del centro Europa, la coltivazione di questo cereale è già presente nel Neolitico, intorno all’8000 a.C., e una piccola quantità si è trovata anche a Monteleone nella stessa tomba della famosa “Biga”.
Oltre ad essere protagonista dei Misteri Eleusini e di Cerere ed usato come offerta in varie cerimonie pagane, il farro entrò pure nel Diritto Romano con il rito patrizio della “Conferratio” quale simbolico pegno del passaggio della sposa nella famiglia del marito. A Monteleone in particolare, e generalmente in tutta l’area pedemontana della Valnerina, la coltivazione del “Triticum dicoccum”, per la sua resistenza a climi e terreni difficili, si è perpetuata, e con essa si è pure tramandato, rivisitato dall’evangelizzazione cristiana in folklore religioso, il suo uso rituale consacrandolo alla Festa di San Nicola che si svolge fra il 5 e 6 Dicembre. I primi a giovarsi del piatto di minestra di Farro, benedetto e distribuito dal Parroco, sono i bambini monteleonesi che lo attendono ansiosi unitamente agli altri doni che il concorrenziale Santo dispensa in anticipo rispetto al collega nordico “Babbo Natale”.
E per i promotori di uno stile di vita eco-bio-compatibile e di una nuova etica alimentare, per tutti gli estimatori dell’archeologia culinaria, la “Festa del Farro di San Nicola” sarà l’occasione buona per riscoprire il sapore arcaico di quello che viene oggi considerato, alla luce delle nuove teorie sistemiche nel campo della nutrizione olistica, un alimento autopoietico, cioè vivo, integro, completo e salutare, gustandolo in mille ricette e varianti e imparando così a inserirlo anche nel proprio menu quotidiano. Ma purché sia il Farro DOP di Monteleone! Perché è ancora lo stesso che si coltivava sui ‘sentieri delle stelle’, lo stesso che con i suoi preziosi “chicchi della potenza”, in un passato ormai tramontato, imbandiva la magica mensa di Templari e Alchimisti, Maghi e Scienziati della Natura … Fate e Sibille…!



Postato da annamaria alle 18:04



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